“Meglio 50 anni di prigione che una figlia lesbica”, lo sfogo di rabbia di una madre che non accetta l’orientamento sessuale della figlia

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Questa storia di discriminazione e persecuzione per l’orientamento sessuale di una figlia lesbica, raccontata dai media italiani e non solo, è lo spaccato di una realtà molto più comune di quello che si può pensare. A volte la tradizione, le condizioni economiche e la mentalità in cui si cresce possono portare a non accettare la diversità, e questi atti di discriminazione possono verificarsi anche in famiglia, anche se si aspetterebbe di essere accettati e sostenuti in prima battuta dai propri cari.

“Se torni ti ammazziamo”, ha detto la madre a Malika, che all’età di 22 anni ha dovuto trascorrere dei giorni  in strada dopo aver confessato in famiglia di essere lesbica. Un caso che ha colpito i media che hanno raccontato questa storia, finita in tribunale a causa delle minacce di morte.

Malika Chalhy, una ragazza italiana di 22 anni, ha dovuto affrontare i momenti più difficili della sua vita, quando sua madre l’ha minacciata di morte se avesse rimesso di nuovo piede in casa. Questo perché aveva confessato alla sua famiglia che era lesbica e che aveva una ragazza. I suoi genitori l’hanno cacciata di casa, dicendole di non tornare, negandole di portare via da casa un cambio o dei soldi.

Meglio 50 anni prigione che una figlia lesbica

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Non avendo un posto dove passare la notte, la giovane è tornata a casa scortata dalla polizia, ma la madre ha detto loro: “Non conosco quella persona”. Qualche giorno dopo Malika ha cercato di chiamare sua madre ma le poche volte che le ha risposto le ha urlato contro delle minacce. “Se torni ti ammazziamo, meglio 50 anni di prigione che una figlia lesbica, meglio una droga” – questa la risposta rabbiosa della madre.

La donna ha fatto sapere alla giovane che avrebbe preferito una figlia tossicodipendente non una figlia lesbica. Malika in preda alla disperazione non sapeva dove vivere, così ha deciso di raccontare la sua storia ai media rendendo note le registrazioni telefoniche, in modo da fare una denuncia pubblica, la sua storia è poi esplosa sui social network.

Figlia lesbica denuncia le discriminazioni e le minacce della madre sui social

Negli audio condivisi sul web, la ragazza ha denunciato le minacce della madre e degli altri membri della famiglia. Personaggi dello spettacolo, atleti ed i sostenitori dei diritti umani hanno dimostrato solidarietà nei confronti di Malika, raccogliendo fino a 100.000 euro per assicurarle una certa indipendenza economica. Malika da mesi non vive in casa con i suoi genitori e grazie ai soldi delle donazioni ha deciso di avviare anche una causa contro la sua famiglia, per le minacce di morte ricevute.

Meglio 50 anni di prigione figlia lesbica

Il fratello di Malika, Samir, è stato l’unico a cercare di difendere i genitori, affermando che hanno chiamato la sorella dopo l’accaduto per scusarsi e chiederle di tornare a casa. Ma la ragazza ha rivendicato che il danno arrecatole non è facile da riparare, inoltre ha ribadito che i genitori non le avrebbero mai chiesto di tornare a casa se il caso non fosse apparso sui media. “Non è normale picchiare un bambino o insultarlo per quello che è o sceglie di essere, non è normale giudicare e sminuire gli altri, non è normale incolpare qualcuno solo perché è omosessuale” – ha contestato pubblicamente Malika.

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Le violenze verbali e le discriminazioni della madre nei confronti della figlia lesbica si inseriscono in un contesto sociale, in cui tiene banco un tema scottante ed un clima politico teso, visto che si discute dell’approvazione della Legge Zan. Si tratta del decreto legge contro l’omofobia, volto a combattere le discriminazioni e le violenze basate sull’orientamento, sul genere e sull’identità di genere. La nuova legge consentirà il rinnovo delle condanne in Italia, dal momento che in Italia non sono al momento previste delle sanzioni contro chi discrimina o commette reati di questo genere.