Comportamento

Non bisogna augurare il male a nessuno e questi sono i motivi

Publicato da
Deborah Doca

Tratteniamoci, anche quando l’offesa, l’ingiustizia è grande, non bisogna augurare il male a nessuno.

Viviamo tutti, chi più e chi meno immersi in mezzo alle cose della vita, sia quelle belle, piacevoli, sia quelle più difficili.

Tra queste possiamo elencare gli sbagli che possono essere commessi anche nei nostri confronti, spesso compiuti in buona fede; così come noi possiamo sbagliare sempre senza volerlo.

Poi ci sono i torti, le accuse, quello che possiamo definire il male, compiuto con l’intenzione di ferire, procurare appunto sofferenza nel prossimo.

Di fronte ad esso le reazioni sono le più diverse. Spesso, e non è un qualcosa di inconcepibile, siamo avvolti da un sacro furore, dal bisogno di riparare il torto quando non proprio vendicarci.

Le reazioni che tutti noi abbiamo dipendono ovviamente dal tipo di educazione ricevuta, dal contesto nel quale la situazione si è determinata, e quindi non sempre è possibile esprimere giudizi sulle risposte che, singolarmente, mettiamo in atto di fronte ad un torto.

Esistono però quelle che possiamo chiamare antiche saggezze che possono darci una mano.

Uno di questi recita così:
“Ogni cosa che si fa torna indietro tre volte: tre volte nel bene, tre volte nel male.”

Riuscire quindi a mantenere il sangue freddo, a contare sino a 100, non 10, parrebbe pertanto la cosa più saggia ed equilibrata, anche se non sempre è facile!

Allora, per aiutarci in questo delicato controllo, può tornare utile quanto riportava Leonardo Da Vinci, quando affermava che ” ogni torto si drizza”.

Le considerazioni da fare sono molteplici, anche di natura pratica.

Agire d’impulso equivale dare piena libertà a quella parte che preme solo per vendicarsi, con il rischio, concreto, non solo di passare a nostra volta dalla parte del torto, a volte anche solo per la sproporzione della reazione, ma anche esponendoci, di fatto, ad ulteriori conseguenze negative.

L’antica sapienza della Qabbala insegna che il nemico più pericoloso ed insidioso è il caos, quella situazione non sempre definibile e chiara, simile quindi a quello stato di rabbia, accecamento, che proviamo di fronte a quello che consideriamo un torto.

L’origine, sempre secondo questa filosofia risiede nel seme, maligno, della cattiveria.

E, quindi, come la possiamo definire? Come quello stato frutto di ignoranza, e sofferenza.

Ignoranza intesa fondamentalmente come incapacità di comprendere, valutare.

Quella condizione, come ben detto da Simon Baron-Cohen, professore di Psicopatologia dell’Università di Cambridge, dalla mancanza di percepire lo stato d’animo altrui, comportandosi di conseguenza secondo i propri istinti peggiori.

Questa capacità di percepire che chiamiamo empatia, ci dona qualcosa di diverso rispetto alla forza di non reagire impulsivamente ad un torto.

Ci rende cioè, nel suo significato più ampio e nobile, più umani. Abbiamo sicuramente gli istinti, ma siamo differenti, e dobbiamo evitare di dimenticarcelo.

La sofferenza spesso ha radici lontane, non diciamo comprensibili, ma sicuramente tali da permeare di questo stato chi vive ed è vissuto nella condizione di assenza di calore umano, aiuto, amore.

Ritrovandosi in una condizione che porta solamente l’atto cattivo, violento, la mancanza di rispetto per il prossimo.

Capire questo non significa affatto giustificare, ma è un piccolo freno a non cadere, e cedere, sullo stesso terreno di chi ha commesso il torto.

Se il nostro compito è quello di ricercare la giustizia, valore realmente non barattabile, riuscire a non abbandonarsi al tranello del male gratuito non è solo indice di superiorità, ma anche di vera e propria nobiltà d’animo.

Non rispondere al male con il male, e non vivere continuamente in questo caos mentale e psicologico è un traguardo fondamentale, per tutti noi.